5/05/2013

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Guido Gustavo Gozzano


Poemas

Nota biobibliográfica y traducción del italiano de José Muñoz Rivas
Universidad de Extremadura [España]





L’ANTENATA



Nel fino cerchio di chelonia e d’oro —
ove un ignoto artefice costrinse
il bel sembiante, poi che lo dipinse
sopra l’avorio, con sottil lavoro —

per qual virtú la dama antica avvinse
il palido nipote? In qual tesoro
di sogni fu che il giovinetto attinse
la mestizia piú dolce dell’alloro?

L’Ava mi guata. — Nella manca ha un giglio
di stile antico; la sua destra posa
sopra il velluto d’un cuscin vermiglio.

Niuna dolcezza è nell’aspetto fiero:
emana dalla bocca disdegnosa
l’orgoglio, la tristezza ed il mistero.



[ da Poesie sparse, 1904 ]




LA ANTEPASADA



En el fino aro de tortuga y de oro —
donde un desconocido artífice obligó
el bello semblante, luego que lo pintó
sobre el marfil, con sutil logro —

¿por cuál virtud la dama antigua cautivó
al pálido nieto? ¿En cuál tesoro
de sueños fue que el jovencito alcanzó
la tristeza más dulce del triunfo?

Me mira. — En su izquierda tiene un lirio
de estilo antiguo; su derecha posa
en el terciopelo de un cojín bermejo.

Ninguna dulzura hay en el aire altivo:
emana de la boca desdeñosa
el orgullo, la tristeza y el misterio.



[ de Poemas dispersos, 1904 ]


MAMMINA DICIOTTENNE


Per la signora M. L. S.

Non mai —dico non mai — cosí m’infiamma
il senso d’una vita bella e forte
come quando apparite nelle corte
gonnelle d’alpinista, esile damma!

Non m’irridete! Ché nessuna fiamma
come costoro che vi fan coorte
m’invita a seguitar la vostra sorte,
o Margherita, giovinetta mamma.

O Margherita, mamma diciottenne,
chinatevi sul bimbo vostro, e ad ogni
bacio s’unisca l’oro delle teste.

Guardandovi cosí fu che mi venne
come un rimorso di cattivi sogni
e  un desiderio di parole oneste.



[ da Poesie sparse ]


MAMÁ DE DIECIOCHO AÑOS


Para la señora M. L. S.

Nunca jamás — digo — así me inflama
el sentido de una vida bella y fuerte
como cuando apareció con la cortas
falditas de alpinista, ¡débil gama!

¡No me ridiculice! Que ninguna llama
como aquellos que os hacen cohorte
me invita a seguir su suerte,
oh Margarita, jovencita mamá.

Oh Margarita, mamá con dieciocho años,
inclínese sobre su niño, y a los
besos se una el oro de las cabezas.

Al mirale así fue cuando me vino
como una desazón de malos sueños
y un deseo de palabras honestas.



[ de Poemas dispersos ]



L’ANALFABETA



Nascere vide tutto ciò che nasce
in una casa, in cinquant’anni. Sposi
novelli, bimbi… I bimbi già corrosi
oggi dagli anni, vide nelle fasce.

Passare vide tutto ciò che passa
in una casa, in cinquant’anni. I morti
tutti, egli solo, con le braccia forti
compose lacrimando nella cassa.

Tramonta il giorno, fra le stelle chiare,
placido come l’agonia del giusto.
L’ottuagenario candido e robusto
viene alla soglia, con il suo mangiare.

Sorride un poco, siede sulla rotta
panca di quercia; serra per sostegno
fra i ginocchi la ciotola di legno:
mangia in pace cosí, mentre che annotta.

Con la barba prolissa come un santo
arissecchito, calvo, con gli orecchi
la fronte coronati di cernecchi
il buon servo somiglia il Tempo… Tanto,

tanto simile al Nume pellegrino,
ch’io lo vedo recante nella destra
non la ciotola colma di minestra,
ma la falce corrusca e il polverino.

Biancheggia tra le glicini leggiadre
l’umile casa ove ritorno solo.
Il buon custode parla: « O figliuolo,
come somigli al padre di tuo padre!

Ma non amava le città lontane
egli che amò la terra e i buoni studi
della terra e la casa che tu schiudi
alla vita per poche settimane…  »

Dolce restare! E forza è che prosegua
pel mondo nella sua torbida cura
quei che ritorna a questa casa pura
soltanto per concedersi una tragua;

per lungi, lungi riposare gli occhi
(di che riposi parlano le stelle!)
da tutte quelle sciocche donne belle,
da tutti quelli cari amici sciocchi…

Oh! il piccolo giardino omai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto…
Ascolto il buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d’un frutto.

Si rispecchia nel gran Libro sublime
la mente faticata dalle pagine,
il cuore devastato dall’indagine
sente la voce delle cose prime.

Tramonta il giorno. Un vespero d’oblio
riconsola quest’anima bambina;
giunge un riso, laggiù dalla cucina
e il ritmo eguale dell’acciotolio.

In che cortile si lavora il grano?
Sul rombo cupo della trebbiatrice
s’innalza un canto giovine che dice:
anche il buon pane — senza sogni — è vano!

Poi tace il grano e la canzone. I greggi
dormono al chiuso. Nella sera pura
indugia il sole: « Or fammi un po’ lettura:
te beato che sai leggere! Leggi! »

Me beato! Ah! Vorrei ben non sapere
leggere, o Vecchio, le parole d’altri!
Berrei, inconscio di sapori scaltri,
un puro vino dentro il mio bicchiere.

E la gioia del canto a me randagio
scintillerebbe come ti scintilla
nella profondità della pupilla
il buon sorriso immune dal contagio.

Gli leggo le notizie del giornale:
i casi della guerra non mai sazia
e l’orrore dei popoli che strazia
la gran necessità di farsi male.

Ripensa i giorni dell’armata Sarda,
la guerra di Crimea, egli che seppe
la tristezza ai confini delle steppe
e l’assedio nemico che s’attarda.

Poi cade il giorno col silenzio. Poi
rompe il silenzio immobile di tutto
il tonfo malinconico d’un frutto
che giunge rotolando sino a noi.

E m’inchino e raccolgo e addento il pomo…
Serenità!... L’orrore della guerra
scende in me: cittadino della Terra,
in me: concittadino d’ogni uomo.

Ora il vecchio mi parla d’altre rive
d’altri tempi, di sogni… E piú m’alletta
di tutte, la parola non costretta
di quegli che non sa leggere e scrivere.

Sereno è quando parla e non disprezza
il presente pel meglio d’altri tempi:
« O figliuolo il meglio d’altri tempi
non era che la nostra giovinezza! »

Anche dice talvolta, se mi mostro
taciturno: « Tu hai l’anima ingombra.
Tutto è fittizio in noi: e Luce ed Ombra:
giova molto foggiarci a modo nostro!

E se l’ombra s’indugia e tu rimuovine
la tristezza. Il dolore non esiste
per chi s’innalza verso l’ora triste
con la forza d’un cuore sempre giovine.

Fissa il dolore e armati di lungi,
ché la malinconia, la gran nemica,
si piega inerme, come fa l’ortica
che piú forte l’acciuffi e men ti pungi ».

E viene allo scrittoio, se m’indugio:
« Ah! Già i capelli ti si fan piú radi,
sei pallido… Da tempo è che non badi
per queste carte al remo e all’archibugio.

Chi troppo studia e poi matto diventa!
Giova il sapere al corpo che ti langue?
Vale ben meglio un’oncia di buon sangue
che tutta la saggezza sonnolenta ».

Cosí ragiona quegli che non crede
la troppo umana favola d’un Dio,
che rinnegò la chiesa dell’oblío
per la necessità d’un’altra fede.

Dice: « Ritorna il fiore e la bisavola.
Tutto ritorna vita e vita in polve:
ritorneremo, poiché tutto evolve
nella vicenda d’un’eterna favola ».

Ma come, o Vecchio, un giorno fu distrutto
il sogno della tua mente fanciulla?
E chi ti apprese la parola nulla,
e chi ti apprese la parola tutto?

Certo, fissando un cielo puro, un fiume
antico, meditando nello specchio
dell’acque e delle nubi erranti, il Vecchio
lesse i misteri, come in un volume.

Come dal tutto si rinnovi in cellula
tutto; e la vita spenta dei cadaveri
risusciti le selve ed i papaveri
e l’ingegno dell’uomo e la libellula.

Come una legge senza fine domini
le cose nate per se stesse, eterne…
Tanto discerne quei che non discerne
i segni convenuti dagli uomini.

Ma come cadde la tua fede illesa:
fede ristoratrice d’ogni piaga
per l’anima fanciulla che s’appaga
nei simulacri della Santa Chiesa?

Come vedi le cose? Senza fedi,
stanco, sul limitare della morte,
sai vivere sereno, o vecchio forte,
sorridere pacato… Come vedi?

Guardi le stelle attingere i fastigi
dell’abetaia, contro il cielo, e l’orsa
volger le sette gemme alla sua corsa:
senti il ritmo macàbro delle strigi

e il frullo della nottola ed il frullo
della falena… Pel sereno illune
spazi tranquillo, vecchio saggio immune.
La tua pupilla è quella d’un fanciullo.

Qualche cosa tu vedi che non vedo
in quell’immensità, con gli occhi puri:
« Buona è la morte » dici e t’avventuri
serenamente al prossimo congedo.

Ancora sento al tuo cospetto il simbolo
d’una saggezza mistica e solenne;
quello mi tiene ancora che mi tenne
strano mistero, di quand’ero bimbo.

Allora che su questa soglia stessa
mi narravi di guerre e d’altri popoli,
dicevi del Mar Nero e Sebastopoli,
dei Turchi, di Lamarmora, d’Odessa.

E nel mio sogno s’accendean le vampe
sopra le mura. Entrava la milizia
nella città: una città fittizia
quali si vedon nelle vecchie stampe,

le vecchie stampe incorniciate in nero:
… i panorami di Gerusalemme,
il Gran Sultano, carico di gemme… :
artificiose, belle piú del vero;

le vecchie stampe, care ai nostri nonni
… il minareto e tre colonne infrante,
il mare, la galea, il mercatante…
città vedute nei miei primi sonni.

Ed ora, o vecchio, e sazi la tua fame
sulla panca di quercia, ove m’indugio;
altro sentiero tenta al suo rifugio
il bimbo illuso dalle stampe in rame.



[ da La via del rifugio, 1904-1906 ]

EL ANALFABETO



Nacer vio todo lo que nace
en una casa, en cincuenta años. Esposos
jóvenes, niños… Los niños ya consumidos
hoy por lo años, vio en pañales.

Pasar vio todo lo que pasa
en una casa, en cincuenta años. Los muertos
todos, él solo, con sus fuertes brazos
compuso llorando en la caja.

Se pone el día, entre las estrellas claras,
plácido como la agonía de lo justo.
El octogenario cándido y robusto
va a la entrada, con su pitanza.

Sonríe un poco, se sienta en el roto
banco de roble; encaja como apoyo
entre las rodillas el cuenco de madera:
cena en paz así, mientras anochece.

Con la barba prolija como un santo
enjuto, calvo, con las orejas,
la frente coronadas por greñas
el buen criado parece el Tiempo… Tanto,

tan parecido al Numen peregrino,
que yo lo veo llevar en la derecha
no el cuenco colmado de menestra,
sino la hoz fulgurante y la clepsidra.

Luce entre las glicinias hermosas
la humilde casa donde retorno solo.
El buen guarda habla: «¡Oh hijo,
cuánto te pareces al padre de tu padre!

Pero huía de las ciudades lejanas
él que le gustó la tierra y los estudios
de la tierra y la casa que tú abres
a la vida por pocas semanas…»

¡Dulce quedarse! Y fuerza es que prosiga
por el mundo en su turbia cura
el que retorna a esta casa pura
solo para concederse una tregua;

para lejos, lejos descansar los ojos
(¡de qué descansos hablan las estrellas!)
de todas esas necias mujeres bellas,
de todos esos queridos amigos necios…

¡Oh! el pequeño jardín ahora destruido
por la grama y el nabo espeso…
Escucho el buen silencio, absorto, escucho
el golpe melancólico de un fruto.

Se refleja en el gran Libro sublime
la mente fatigada por las páginas,
el corazón devastado por las pesquisas
oye la voz de las cosas primeras.

Anochece. Una noche de olvido
consuela aún esta alma niña;
llega una risa, allá desde la cocina
y el ritmo igual del chasquido.

¿En qué patio se trabaja el trigo?
Sobre el estruendo oscuro de la trilladora
se eleva un canto juvenil que dice:
¡también el buen pan — sin sueños — es vano!

Luego calla el trigo y la canción. Los rebaños
duermen a cubierto. En la noche pura
se detiene el sol: «Hazme algo de lectura:
¡afortunado que sabes leer! ¡Lee!»

¡Afortunado yo! ¡Ah! ¡Bien quisiera no saber
leer, oh Viejo, las palabras de los otros!
Bebería, inconsciente de sabores astutos,
un puro vino dentro de mi vaso.

Y la alegría del canto para mí vagabundo
centellearía como te centellea
en la profundidad de la pupila
la buena sonrisa inmune del contagio.

Le leo las noticias del periódico:
las cosas de la guerra nunca saciada
y el horror de los pueblos que desgarra
la gran necesidad de hacerse daño.

Recuerda los días de la armada Sarda,
la guerra de Crimea, él que conoció
la tristeza en los confines de las estepas
y el asedio enemigo que se demora.

Luego cae el día con el silencio. Luego
rompe el silencio inmóvil de todo
el golpe melancólico de un fruto
que llega rodando hasta nosotros.

Y me inclino y recojo y muerdo el pero…
¡Serenidad!...  El horror de la guerra
baja en mí: ciudadano de la Tierra,
en mí: conciudadano de cada hombre.

Ahora el viejo me habla de otras orillas
de otros tiempos, de sueños… Y más me halaga
de todas, la palabra no forzada
del que no sabe leer ni escribir.

Sereno está cuando habla y no desprecia
el presente por lo mejor de otros tiempos:
«¡Oh hijo lo mejor de otros tiempos
no era más que nuestra juventud!»

También dice a veces, si me muestro
taciturno: « Tú tienes el alma llena.
Todo es ficticio en nosotros: la Luz y la Sombra:
¡ayuda mucho forjarnos a nuestro modo!

Y si la sombra sigue tú despeja
la tristeza. El dolor no existe
para quien se eleva hacia la hora triste
con la fuerza de un corazón joven.

¡Fija el dolor y ármate desde lejos,
porque la melancolía, la gran enemiga,
se dobla inerme, como hace la ortiga
que más fuerte la atrapas y menos te pica!».

Y viene al escritorio, si me retraso:
«¡Ah! Ya los cabellos se te hacen más ralos,
estás pálido… Hace tiempo que no miras
por estos papeles el remo y el arcabuz.

¡Quien demasiado estudia loco termina!
¿Sirve el saber al cuerpo que te disminuye?
Vale mucho más una onza de buena sangre
que toda la sabiduría somnolienta».

Así razona él que no se cree
el demasiado humano cuento de un Dios,
que renegó la iglesia del olvido
por la necesidad de otra fe.

Dice: «Retorna la flor y la bisabuela.
Todo retorna vida y vida en polvo:
retornaremos, ya que todo evoluciona
en la vicisitud de un eterno cuento».

¿Pero cómo, oh Viejo, un día fue destruido
el sueño de tu mente niña?
¿Y quién te enseñó la palabra nada,
y quién te enseñó la palabra todo?

Claro, escrutando un cielo puro, un río
antiguo, meditando en el espejo
de las aguas y de las nubes errantes, el Viejo
leyó los misterios, como en un libro.

Cómo del todo se renueve en célula
todo; y la vida apagada de los cadáveres
resucite las selvas y las amapolas
y el ingenio del hombre y la libélula.

Cómo una ley sin final domine
las cosas nacidas para sí mismas, eternas…
Tanto discierne los que no discierne
los signos convenidos por los hombres.

¿Pero cómo cayó tu fe ilesa:
fe restauradora de toda plaga
para el alma niña que se apaga
en los simulacros de la Santa Iglesia?

¿Cómo ves las cosas? Sin fe,
cansado, en el umbral de la muerte,
sabes vivir sereno, oh viejo fuerte,
sonreír sereno…  ¿Cómo ves?

Miras las estrellas alcanzar los fastigios
de los abetos, contra el cielo, y la osa
dirigir las siete gemas a su carrera:
sientes el ritmo macabro de los búhos

y el aleteo de la corneja y el aleteo
de la falena…  Por la claridad sin luna
te mueves tranquilo, viejo sabio inmune.
Tu pupila es la de un muchacho.

Alguna cosa ves tú que no veo
en esa inmensidad, con los ojos puros:
«Buena es la muerte» dices y te aventuras
serenamente a la próxima despedida.
   
Aún siento en tu presencia el símbolo
de una sabiduría mística y solemne;
este me tiene aún como me tuvo,
extraño misterio, cuando era niño.

Entonces que en esta puerta misma
me contabas de guerras y otros pueblos,
hablabas del Mar Negro y Sebastopol,
de los Turcos, de Lamarmora, de Odesa.

Y en mi sueño se encendían las llamas
en los muros. Entraba la milicia
en la ciudad: una ciudad ficticia
como las que se ven en los viejos grabados,

los viejos grabados enmarcados en negro:
… los panoramas de Jerusalén,
el Gran Sultán, cargado de gemas… :
artificiosos, bellos más que lo verdadero;

los viejos grabados, gratos a los abuelos
… el alminar y tres columnas caídas,
el mar, la galera, el mercante…
ciudades vistas en los primeros sueños.

Y ahora, oh viejo, y sacias tu hambre
en el banco de roble, donde me detengo;
otro sendero busca para su refugio
el niño iluso por los grabados de cobre.

[ de La vía del refugio, 1904-1906 ]


ORA DI GRAZIA



Son nato ieri che mi sbigottisce
il carabo fuggente, e mi trastullo
della cetonia risopita sullo
stame, dell’erba, delle pietre lisce?

E quel velario azzurro tutto a strisce,
si chiama « cielo »? E « monti » questo brullo?
Oggi il mio cuore è quello d’un fanciullo,
se pur la tempia già s’impoverisce.

Non la voce cosí dell’Infinito,
né mai cosí la verità del Tutto
sentii levando verso i cieli puri

la maschera del volto sbigottito:
« Nulla s’acquista e nulla va distrutto:
o eternità dei secoli futuri! »



[ da La via del rifugio, 1907 – 1912 ]


HORA DE GRACIA



¿He nacido ayer que me espanta
el cárabo huidizo, y me divierto
con la cetonia adormecida sobre
el estambre, con la hierba, la piedra lisa?

¿Y aquel toldo azul todo a rayas,
se llama «cielo»? ¿Y «montes» este yermo?
Hoy mi corazón es el de un muchacho,
aunque las sienes ya se hacen más claras.

No así la voz del Infinito,
ni así jamás la verdad del Todo
oí levantando a los cielos puros

la máscara del rostro estremecido:
«Nada se adquiere y nada es destruido:
¡oh eternidad de los siglos futuros!»



[ de La vía del refugio, 1907 - 1912 ]


NEMESI



Tempo che i sogni umani
volgi sulla tua strada:
la chioma che dirada,
le case dei Titani,

o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai,

se dunque eternamente
tu fai lo stesso gioco
tu sei una ben poco
persona intelligente!

Cangiare i monti in piani
cangiare i piani in monti,
deviare dalle fonti
antiche i fiumi immani,

cangiar la terra in mare
e il mare in continente:
gran cosa non mi pare
per te, onnipossente!

Giocare con le cellule
al gioco dei cadaveri:
i rospi e le libellule
le rose ed i papaveri

rifare a tuo capriccio:
poi cucinare a strati
i tuoi pasticci andati
e il nuovo tuo pasticcio:

ma, scusa, ci vuol poca
intelligenza! Basta —
di’ non ti pare? — basta
il genio d’una cuoca.

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Inganno la tristezza
con qualche bella favola.
Il saggio ride. Apprezza
le gioie della tavola

e i libri dei poeti.
La favola divina
m’è come ai nervi inqueti
un getto di morfina,

ma il canto piú divino
sarebbe un sogno vano
senza un torace sano
e un ottimo intestino.

Amo le donne un poco —
o bei labbri vermigli! —
Tempo, ma so il tuo gioco:
non ti farò dei figli.

Ah! Se noi tutti fossimo
(Tempo, ma c’è chi crede
di darti ancora prede!)
d’intesa, o amato prossimo,

a non far bimbi (i dardi
d’amor… fasciare e i tirsi
di gioia; — premunirsi
coi debiti riguardi).

Certo — se un dio ci dòmini —
n’avrebbe un po’ dispetto;
gli uomini l’han detto:
ma « chi » sono gli uomini?

Chi sono? È tanto strano
fra tante cose strambe
un coso con due gambe
detto guidogozzano!

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita:
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Rido nell’abbandono:
o Cielo o Terra o Mare,
comincio a dubitare
se sono o se non sono!

Ma ben verrà la cosa
« vera » chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l’erta faticosa?

Né voglio piú, né posso.
Piú scaltro degli scaltri
dal margine d’un fosso
guardo passare gli altri.

E mi fan pena tutti,
contenti e non contenti,
tutti, pur che viventi,
in carnevali e in lutti.

Tempo, non entusiasma
saper che tutto ha il dopo:
o buffo senza scopo
malnato protoplasma!

E non l’Uomo Sapiente,
solo, ma se parlassero
la pietra, l’erba, il passero,
sarebbero pel Niente.

Tempo, se dalla guerra
restassi e dall’evolvere
in Acqua, Fuoco, Polvere
questa misera Terra?

E invece, o Vecchio pazzo,
dà fine ai giochi strani!
Sul ciel senza domani
farem l’ultimo razzo.

Sprofonderebbe in cenere
il povero glomerulo
dove tronfieggia il querulo
sciame dell’Uman Genere.

Cesserebbe la trista
vicenda in vita e in sogno.
Certo. Ma che bisogno
c’è mai che il mondo esista?



[ da La via del rifugio, 1905 - 1907 ]

NÉMESIS



Tiempo que los sueños humanos
vuelvas a tu camino:
la melena que clarea,
las casas de los Titanes,

oh tú que todos haces
vanos nuestros temples:
y vano decir siempre
y vano decir jamás,

si entonces eternamente
tú haces el mismo juego
¡tú eres una bien poco
persona inteligente!

Cambiar los montes en llanos
cambiar los llanos en montes,
desviar de las fuentes
antiguas los ríos enormes,

cambiar la tierra en mar
y el mar en continente:
¡gran cosa no me parece
para ti, omnipotente!

Jugar con las células
al juego de los cadáveres:
los sapos y las libélulas
las rosas y los claveles

rehacer a tu capricho:
luego cocinar a estratos
tus pasteles pasados
y tu pastel nuevo:

pero, perdona, ¡hace falta poca
inteligencia! Basta —
¿no te parece? — basta
el genio de una cocinera.

Mira que no te hablo
por acrimonia mía:
ya maté el gusano
de la melancolía.

Engaño la tristeza
con algún bello cuento.
El sabio ríe. Aprecia
las alegrías de la mesa

y los libros de los poetas.
El cuento divino
me es como a los nervios inquietos
un chorro de morfina,

pero el canto más divino
sería un sueño vano
sin un tórax sano
y un buen intestino.

Amo las mujeres un poco —
¡oh bellos labios bermejos! —
Tiempo, pero sé tu juego:
no te haré hijos.

¡Ah! Si todos estuviéramos
(¡Tiempo, pero hay quien cree
que te da aún presas!)
de acuerdo, oh amado prójimo,

en no hacer niños (los dardos
de amor… fajar y los tirsos
de alegría; —  precaverse
con los debidos cuidados).

Claro — si un dios nos domine —
tendría un poco de despecho;
los hombres le han dicho:
¿pero « quiénes » son los hombres?

¿Quiénes son? ¡Es tan extraño
entre tantas cosas patizambas
una cosa con dos piernas
llamada guidogozzano!

Mira que no te hablo
por acrimonia mía:
Ya maté el gusano
de la melancolía.

Entrecierro los ojos, ajeno
a los azares de la vida:
siento entre mis dedos
la forma de mi cráneo.

Río en el abandono:
¡oh Cielo oh Tierra oh Mar,
empiezo a dudar
si soy o si no soy!

Pero bien vendrá la cosa
«verdadera» llamada Muerte:
¿que le gusta jadear fuerte
por la cuesta fatigosa?

Ni quiero ya, ni puedo.
Mas pillo que los pillos
desde el margen de un foso
miro pasar a los otros.

Y me dan pena todos,
contentos y no contentos,
todos, así estén vivos,
de carnavales o de lutos.

Tiempo, no entusiasma
saber que todo tiene el después:
¡oh ridículo sin interés
malnacido protoplasma!

Y no el Hombre Sapiente,
solo, pero si hablaran
la piedra, la hierba, el pájaro,
serían para la Nada.

Tiempo, ¿si de la guerra
cesaras y del evolucionar
en Agua, Fuego, Polvo
esta mísera Tierra?

Y en cambio, oh Viejo loco,
¡pon fin a los juegos extraños!
Sobre el cielo sin mañana
tiraremos el último castillo.

Se hundiría en polvo
el pobre glomérulo
donde se pavonea el quejoso
enjambre del Humano Género.

Cesaría la perversa
vicisitud en vida y en sueño.
Claro. ¿Pero qué necesidad
hay de que el mundo exista?



[ de La vía del refugio, 1905 - 1907 ]


ELOGIO DEGLI AMORI ANCILLARI



I

Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.

M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…

Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
« Ah! Che vergogna! Povera Signora!

Ah! Povera Signora!... »  E s’abbandona.



II

Gaie figure di decamerone,
le cameriste dan, senza tormento,
piú sana voluttà che le padrone.

Non la scaltrezza del martirio lento,
non da morbosità polsi riarsi,
e non il tedioso sentimento

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,
non dopo voluttà l’anima triste:
ma un piú sereno e maschio sollazzarsi.

Lodo l’amore delle cameriste!



[ da I colloqui, « Il giovenile errore » ]

ELOGIO DE LOS AMORES ANCILARES



I

Cuando viene con cuentos suyos,
agarrar me gusta a la ágil criada
que secretaria antigua es entre nosotros dos.

Me enciende la sonrisa de la boca fresca,
la espera vana, la agudeza inteligente, la hora,
y el perfume de historia boccaccesca…

Ella me escarnece, se debate, implora,
invoca el nombre de su ama:
« ¡Ah! ¡Qué vergüenza! ¡Pobre Señora!

¡Ah! ¡Pobre Señora!... » Y se abandona.



II

Alegres figuras de decamerón,
las camareras dan, sin tormento,
más sana voluptuosidad que las amas.

No la astucia del martirio lento,
no por morbosidad muñecas quemadas,
y no el tedioso sentimiento

que hace las noches largas y los sueños escasos,
no después del gozo el alma triste:
sino un más sereno y macho solazarse.

¡Alabo el amor de las camareras!



[ de Los coloquios, « El juvenil error » ]



SALVEZZA



Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m’addormenterà…

Ho goduto il risveglio
dell’anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.



[da I colloqui]


SALVACIÓN



¿Vivir cinco horas?
¿Vivir cinco edades?...
Bendito el sopor
que me adormecerá…

He gozado el despertar
del alma ligera:
mejor dormir, mejor
antes de mi noche.

Luego que ya no vuelve
la risa matutina.
La belleza del día
está toda en la mañana.



[de Los coloquios]


L’ONESTO RIFIUTO



Un mio gioco di sillabe t’illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! Sí, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché piú tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vôta di semi, pendula al rovaio…

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi piú sinceri…
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speri.

Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo…

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!



[da I colloqui]


EL HONESTO RECHAZO



Un juego mío de sílabas te ilusionó.
Tú vendrás a mi casa desierta:
el grupo acrecerás de las desilusionadas.
Sé que eres bella y loca en la oferta
de ti. Tú misma, bella presa cierta,
ya casi te me ofreces en las palmas abiertas.

Pero antes de conocerte, con gesto
franco te paro en los umbrales, amiga,
y te rechazo como a una mendiga.
¡No soy él, no soy él! Sí, esto
quiero gritarte en el rechazo honesto,
para que más tarde tú no maldigas.

¡No soy él! ¡No aquel que te aparezco,
aquel que sueñas espíritu fraterno!
Bajo el verso que sabes, tierno y gayo,
árido está el corazón, estridente escarnio
como silicua estridente de invierno,
vacía de semillas, péndula al viento…

Por ti guardar inmune de pensamientos
bajos, la conciencia te despide
honestamente, en versos más sinceros…
Pero (tú eres bella) haz que yo no te vea:
el deseo de la bella presa
mentiría al amor que tú esperas.

¡No puedo amar, ilusa! ¡No he amado
nunca! Esta es la desdicha que escondo.
Triste busqué el amor por el mundo,
triste peregriné por mi pasado,
vicioso chiquillo viciado,
tras las huellas del placer vagabundo…

¡Ah! ¡No vuelvas tus pequeños pies
hacia el alma oscura de quien calla!
¡No me tientes, pálida secuaz!...
¡Por tu sueño, por el sueño que te di,
no soy él, no soy aquel que crees!

¡Curiosa de mí, déjame en paz!



[de Los Coloquios]



KETTY



I



Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza

attira il mio latin sangue gentile.



II

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: « ... or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l’inchiostro... »
« Oro ed alloro!... » — « Dite e traducete
il piú bel verso d’un poeta vostro... »

Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
« Due cose belle ha il mon... Perché ridete? »

« Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
piú non attinge la beata riva;

l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore... »
Ma intender non mi può, benché mi ascolti,

la figlia della cifra e del clamore.



III

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...

— « O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection piú famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
— « Dischiomerò per Voi l’Italia bella! »

« Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie... »

— « Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti... »

L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napoletano, degli Stati in bando...)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario — o Numi! — che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora

il cugino l’attende a giuste nozze.



[ da Poesie sparse, 1912 ]


KETTY



I

Supinos en la brisa rítmica del panka.

En el mirador de cedro muere el día,
llega del Templo un canto triste o alegre,
llegan aromas de la jungla florecida.

Bello primor del carbón y del acero
Miss Ketty fuma y silva alegre
altotumbada en la hamaca.

Escupe. En el arco de su saliva
me rocío de frescura: puros los dientes,
pura la boca, pura la encía.

Cerúleo-rubia, las mamas ausentes,
pero fuerte como jovenzuelo fuerte,
virgen loca de errores prudentes,

pero señora de sí, de su suerte
sola llegó a Ceilán desde Báltimor
donde un primo le será consorte.

Pero antes de la boda, todavía a tiempo
explora el mundo ignoto que le queda
y explora que la explora algún amigo.

Errores prudentes y sin remembranza:
Ketty silba y fuma. La viril
franqueza, la inurbana jactancia

atrae mi latina sangre gentil.



II

No tocan el sol las pagodas delgadas
que la noche precipita. Las melenas
de las palmeras se embellecen de estrellas.

¡Hora de sueño! Y Ketty sueña: « ... ¿y cómo
vive, sin ser rico, en nuestro tiempo?
¿En Italia su nombre es cotizado?


Donde nosotros procura dólares la tinta... »
« ¡Oro y triunfo!... » — « Diga y traduzca
el más bello verso de un poeta... »

Digo y la boca estridente repite
en italo-britano el grito inmenso:
« Dos cosas bellas tiene el mun... ¿Se ríe? »

« No me río. ¡Ay de mí! No me río. Pienso en
lo que nos dijeron ayer los mendigos
del gran amor y la ninguna compensación.

(Usted no oyó, entre los santos mármoles
se mofaba de los budas milenarios,
molestaba a los monjes y a los elefantes).

Vive en Italia, ignorada por los suyos,
una casta feliz de infelices
como esos monjes abstractos y solitarios.

En veinte pisos de los edificios
vuestros no acampa aquella fe viva,
ni en gacetas, como los dentífricos;

sed de lucro, lucha fugitiva,
elogio insulso, mueca de los memos
no alcanza ya la beata orilla;

el arte está satisfecho de sí, a muchos cerrado,
dado sólo a los que mueren por él... »
Pero entender no puede, aunque me oiga,

la hija de la cifra y del clamor.



III

Entenderme no puede. Tácitamente
el brazo desnudo aprieto como zona
restauradora, sobre la frente ardiente.

Gélido es el brazo que ella me abandona
como cosa no suya. Como una cosa
no suya concede la ágil persona...

— « ¡Oh yes! Rebusco, reúno sin pausa
cabellos ilustres en ordenados papeles:
la Illustrious lòchs collection más famosa.

Mechones ilustres en ciencia, en guerra, en arte
acompañados de firma o documento,
desde Patti, a Marconi, a Bonaparte...

(mordisqueo el brazo, con martirio lento
recorriéndolo de la muñeca a la axila
a trechos breves, como un instrumento)

y usted mucho favorecerme podría
en su Italia, por comendaticias... »
— « ¡Desplumaré por usted la bella Italia! »

« Falta D’Annunzio entre mis primicias;
vanas las ofertas fueron y las invitaciones
por tres cabellos de su calvicie... »

—  « Le prometo desde ya los pelos deseados;
completaremos el códice admirando:
a mayor gloria de Estados Unidos... »

La atraigo hacia mí (la audacia superando
por lo que hay que celebrar a un cantarín
napolitano, de los Estados repudiado...)

Impertérrita consiente al supino,
al temerario — ¡oh Númenes! —  que la explora
teje los elogios de aquel primo,

pero en los límites aún bien contendidos
bien se defiende con las manos burdas,
en el pugilato expertas... En Báltimor

el primo la espera para la boda.



[ de Poemas dispersos, 1912 ]





NOTA BIOBIBLIOGRÁFICA:




Guido Gustavo Gozzano, como él empezó firmando sus primeras publicaciones en las revistas de su ciudad, nació en Turín en 1883 en el seno de una familia acomodada procedente de Agliè (un delicioso pueblecito del Canavese, en el Piamonte, donde los Gozzano solían pasar sus vacaciones), al menos hasta la muerte del padre, a principios del siglo XX, y asimismo muy enraizada en la aristocracia sobre todo política piamontesa decimonónica. Su vida no se distanció mucho de la que tuvieron los demás jóvenes de ascendencia alto-burguesa de su ciudad salvo por el problema de salud que empezó a padecer a partir de la adolescencia, y que pronto se convirtió en enfermedad grave, la tisis, motivo por el que, por prescripción médica, tuvo que recluirse en ambientes que entonces se consideraban curativos, como el mar (de hecho pasaba temporadas en la costa de Liguria durante el invierno) y la alta montaña (los alpes, donde « se refugiaba » los veranos en lugares recónditos, a menudo escenarios de su mejor poesía). La enfermedad, como sus demás vicisitudes biográficas, están reflejadas en su obra de manera insistente, a veces muy  dramática, y representa un material importante para su poética, por lo que hay que considerar muchos de los episodios que aparecen en los poemas y relatos como bastante fielmente autobiográficos del poeta turinés. 

Estudió derecho, y aunque en algunos poemas Gozzano se nombre como «el abogado», y haga de este un personaje más (con fuerte ironía) no terminó los estudios. Frecuentó, en cambio, los cursos del famoso profesor de la Universidad de Turín y poeta Arturo Graf, personalidad que por lo demás influyó decisivamente en el joven Gozzano para el posterior abandono de la filosofía materialista y determinista que determinó la primera fase de su pensamiento. Y muy especialmente, le fue útil para encontrar su espacio intelectual dentro del complejo ambiente cultural que entonces se gestaba en Turín, ciudad que va a ser siempre su referente, incluso anímicamente. 

Importante en este sentido fue el viaje curativo a la India que emprendió en 1912, en el que también ejerció de reportero «literario» del periódico La Stampa de Turín a partir de la decadencia económica de la familia, y en su condición de primogénito. De hecho, fruto de estas colaboraciones más literarias que periodísticas (para posterior delicia de los críticos gozzanianos) fue el volumen Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, un libro de viajes póstumo publicado por primera vez en Milán, Treves, 1917, que contiene digamos la zona biográfica más pintoresca de Gozzano. 

Su corta vida se apagó también en Turín, en 1916, en plena Gran Guerra europea, por lo que muchos de sus amigos no pudieron asistir a su entierro al estar alistados como combatientes. Fuera de Turín, al leer las notas necrológicas en los periódicos, la mayoría de los críticos y lectores de poesía de otras regiones italianas consideraron que Guido Gozzano era el seudónimo de algún gran poeta italiano al que ya conocían que no quería revelar su verdadero nombre por algún motivo que no se sabía muy bien. 

Gozzano publicó en vida dos libros de poesía: La via del rifugio, Turín, Streglio, 1907 y I colloqui. Liriche, Milán, Treves, 1911, y uno de cuentos, I Tre Talismani, “La Scolastica” di A. Mondadori & C. Editrice, Ostiglia, 1914. El resto de poemas aparecieron en revistas piamontesas y genovesas en su mayor parte desde 1903 y hasta poco antes de morir en 1916. A partir sobre todo de la edición de Carlo Calcaterra estos poemas se recogieron bajo la denominación de « poemas dispersos » en casi todas las ediciones posteriores de sus obras. Muchos de estos fueron censurados por el mismo Gozzano (y su amigo poeta Carlo Vallini, que lo ayudó en la expoliación) durante la preparación de la primera edición de La via del rifugio, en 1907, al considerarlos Gozzano como demasiado dannunzianos, es decir, demasiado cercanos a su ídolo de juventud (y el de casi todos los poetas del momento) Gabriele D’Annunzio, el máximo poeta por muchos motivos de la Italia en este periodo de transición al siglo XX. Por lo que es su posicionamiento frente a la poesía de D’Annunzio, el estetismo dannunziano, el punto de partida de su obra, de su poética dentro de las demás tendencias (y vanguardias) que en aquellos años se estaban fermentando en Europa y también en Italia. 

Un caso aparte merece respecto a la producción poética el poema didáctico conocido como Le farfalle. Epistole entomologiche, que Gozzano comenzó a redactar aproximadamente a partir de 1907 y que quedó incompleto. No existe ninguna publicación parcial en vida de Gozzano. Lo leemos en las ediciones de las obras de Gozzano que enumero a continuación. 

Después de la muerte del autor, en la editorial Fratelli Treves Editori de Milán se editaron los libros de prosa (cuentos y fábulas en su mayoría) algunos de ellos predispuestos por el autor para la publicación: La principessa si sposa. Fiabe (con 12 disegni a colori e 8 in nero di Golia), Milano, Treves, 1917; el ya citado Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913), Milán, Treves, 1917; L’Altare del passato, Milano, Treves, 1918; L’ultima traccia. Novelle di G. G., Milano, Treves, 1919. A estos libros, y por voluntad familiar, se añadió el opúsculo que contenía los primeros versos gozzanianos Primavere romantiche. Con cenni illustrativi di Piero Giacosa, Arti grafiche canavesane, Appia-Rivarolo, 1924.

De entre las ediciones casi completas (y comentadas) de las obras de Gozzano contamos con las siguientes: Opere (V vols.), ed. de P. Schinetti, Milano, Treves, 1935-37; Opere, ed. de C. Calcaterra y A. De Marchi, Milano, Garzanti, 1948; Poesie e prose, ed. de A. De Marchi, Milano, Garzanti, 1961; Opere, ed. de Baldissore, Torino, Utet, 1983.

Por lo que se refiere a la ediciones de la poesía de Gozzano, después de la del profesor Carlo Calcaterra, amigo personal del poeta y compañero de estudios, citada más arriba, que aclaró innumerables malentendidos textuales provocados por los descuidos de la edición milanesa de P. Schinetti también citada, aparecieron algunas comentadas por estudiosos muy serios que cito a continuación: Le poesie, ed. de E. Sanguineti, Turín, Einaudi, 1973 y 1990; I Colloqui e Prose. I Crepuscolari, ed. de M. Guglielminetti, Milán, Edizioni Scolastiche Mondadori, 1974; Poesie, ed. de G. Bàrberi Squarotti, Milán, BUR, 1977, y la definitiva,  Tutte le poesie, ed. de A. Rocca, Milano, Mondadori, 1980, edición realizada sobre los manuscritos que se conservan en el Centro de Estudios para la Literatura Italiana en el Piamonte Guido Gozzano y Cesare Pavese de la Universidad de Turín. Esta última cuenta con una importante introducción del entonces director del Centro de Estudios de la Literatura Italiana en el Piamonte “Guido Gozzano y Cesare Pavese, prof. Marziano Guglielminetti, así como con una bibliografía crítica completa hasta 1980 e informaciones preciosas sobre los manuscritos de Gozzano que ofrece el prof. Andrea Rocca. En este sentido decir que existe una página web dedicada al citado centro que ahora dirige la prof. Mariarosa Masoero donde se encuentra el “Archivo Guido Gozzano” a través de la siguiente dirección: www.gozzanopavese.it

Finalmente aludir por su importancia para el conocimiento de la poesía y en general de la obra de Gozzano al epistolario, que aunque al día de hoy es una de las asignaturas pendientes de los estudios gozzanianos, lo podemos leer en las ediciones citadas a partir de la de Alberto De Marchi de 1961. Una selección realmente vistosa de este se publicó bajo el título de Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, ed. de S. Asciamprener, Milán, Garzanti, 1951, que a pesar de las evidentes lagunas que presenta, aclara muchas de las posiciones vitales de Gozzano, sobre todo frente al amor, la muerte y la literatura.

Analecta Literaria

Revista de Letras, Ideas, Artes y Ciencias.

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